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27 Novembre 2009

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27 Novembre 2009

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27 Novembre 2009

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27 Novembre 2009

LUCA VITONE

2 Marzo 2009

Ovunque a casa propria
Spazio Zero GAMEC, Bergamo
. In tante scatole di legno, ciascuna con la sagoma di una nazione ritagliata nel coperchio, altoparlanti ci fanno sentire musiche tipiche di quella nazione. L’insieme fa un gran coro-babele, ma quando il visitatore si muove nello spazio puo’ fare un mixaggio personale, avvicinandosi o allontandosi rispetto alle sorgenti sonore. Al Candiani il volume era molto basso, per sentire i brani dovevi avvicinarti molto alle casse. L’effetto non era entusiasmante. Invece a Bergamo le voci si alzano con grande fierezza, il caos sonoro funziona da richiamo gia’ quando sei sulle scale e il bagno di etnicita’ dentro la stanza non lascia scampo. Molto piu’ efficace!

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Ovunque a casa propria
Giacinto Di Pietrantonio, Enrico Lunghi, Martin Sturm

Il fatto che un artista, in un’epoca in cui le tendenze nazionaliste e le polarizzazioni xenofobe
annebbiano sempre di più la visione della realtà corrente, proclami di essere “a casa ovunque” è
certamente incoraggiante. In quest’ottica possiamo considerare il multiforme operato di Luca Vitone
come un tentativo di ridefinire concetti come “patria”, “identità culturale” e “territorio”, di rimisurarli
(anche nel senso letterale del termine) e di opporsi così anche a idee unilaterali, unidimensionali e
stereotipate.

Vitone dà così luogo ad una nuova insolita carta geografica si riflette in Vitone nell’invenzione di una bandiera che è la combinazione della bandiera nera degli anarchici che rifiutano un’ideologia definita, e quella dei rom nella quale la ruota è il simbolo del nomadismo (Nulla da dire solo da essere, 2004). Si nega e annulla dunque la dislocazione nazionalistica della bandiera quale supersimbolo della delimitazione territoriale.

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TOSHIO IWAI

26 Febbraio 2009

Ormai un’icona della prima generazione di artisti digitali, all’altezza di una novella di Tim Burton, il giapponese, dall’aria sempre teneramente stralunata riesce ancora a sorprendere con le sue invenzioni raffinate e geniali.

Ultimamente, al Sonarama, ha lasciato tutti a bocca aperta, grazie a uno dei suoi congegni, come al solito “semplicemente” extra-ordinari. Lo strumento si chiama Teneri-On ed è stato il protagonista di una delle performance più belle dell’ultima edizione del Sonar di Barcellona. Teneri-On, (che in giapponese significa “qualcosa tra le mani”), è uno strumento musicale interattivo, in grado di creare suoni ed effetti sonori. Composto da una tavoletta/interfaccia con 16×16 bottoni, è facilissimo e piacevolissimo da usare. Basta pigiare i bottoni direttamente sul display, per generare musiche e luci e comporre straordinarie e vibranti melodie visuali. Una vera pacchia sinestetica.

Dal 1986 usa il computer per creare sistemi musicali visuali. Ne sono testimoni due lavori di grande suggestione : Music Insect (1990) e Piano As Media Image (1995)

In Music Insect l’arista fonde musica e immagine per creare “insetti visuali” astratti, che reagiscono al pixel colorati dello schermo del computer. Lo user può attribuire a ogni insetto una gamma di colori e di suoni, per generare immagini e melodie. In Piano As Media Image , invece, l’artista trasforma un pianoforte, che è uno strumento meccanico generatore di suoni, in un media di immagini. Il fruitore, solo sedendosi davanti allo strumento, innesca la proiezione di un tappeto di immagini, generato dalla tastiera del pianoforte.

TAPPETO SONORO

26 Febbraio 2009

INSTALLAZIONE INTERATTIVA
Produzione
Drammatico Vegetale.
Pubblico dai 3 anni.
Di Luciano Titi.

Edizioni
Prato, Festival Contemporanea, maggio 1999

A piccoli passi… si tesse la trama di suoni che compone una musica.
E intanto il compositore si muove, si anima: i passi diventano danza in una ricerca fisica del ritmo che impegna gli equilibri del corpo, come le geometrie della mente.

Questa invenzione di Luciano Titi, anticipa di molti anni recenti e simili esperimenti virtuali. Ma la materialità del legno, la sostanza del peso, la percezione della gravità, attivano qui un gioco fisico e reale con il suono, restando qualità peculiari e insuperabili di questa esperienza. Esperienza che lega l’estetica melodica alla fisica acustica, che pure utilizza tecnologia avanzata, come sofisticate campionature e calibrazioni matematiche delle strutture dei suoni.

L’esperienza diventa didattica quando un musicista al pianoforte accompagna e guida le invenzioni dei percorsi, completa le architetture dei suoni e i passi di danza.

DAVID BYRNE

26 Febbraio 2009

David Byrne, Playing the Building, una produzione Creative Time
Battery Maritime Building, 10 South Street, Manhattan.
18A Manhattan, dal 31 maggio al 24 agosto 2008, David Byrne (prima frontman dei Talking Heads, ma poi anche solista, compositore, cineasta, artista, scrittore ecc. ecc.) ci regalava (sì, gratis) “Playing the Building”, o la possibilita’ di “suonare l’edificio”, letteralmente. Un vecchio organo che era gia’ in situ quando Byrne ha preso possesso del suo studio era messo al centro di una enorme stanza in un palazzo dismesso e oggi recuperato per eventi di vario tipo.
Niente computer, nessuna tecnologia avanzata. Dispositivi meccanici attivavano tre tipi di interazione con il palazzo: martelli che picchiavano su pilastri di ghisa, aria compressa che soffiava dentro i grandi tubi, perforati a mo’ di enormi flauti, e vibrazioni che facevano suonare l’intera struttura con ricchi bassi che producevano un piacevole tremore generale. I visitatori potevano azionare i vari dispositivi suonando la tastiera dell’organo.

MUNGO THOMSON

26 Febbraio 2009

Whitney Museum, NY (installazione permanente)
L’addetto al guardaroba del Whitney e’ estremamente affabile, gioviale, persino spiritoso. Certo, lavora in un posto figo dove vede un sacco di donne da schianto. Ma si puo’ dire la stessa cosa di certi buttafuori alle discoteche piu’ chic che si comportano come secondini con l’emicrania.
17Perche’ sorride quest’uomo? Forse perche’ si sta divertendo a far suonare una geniale installazione di Mungo Thomson, composta da una serie infinita di grucce di metallo per i capi spalla dei visitatori del museo. Ogni gruccia e’ una campana, ha una nota diversa, ed e’ attaccata a un nastro mobile azionato elettricamente. Quando il nastro si muove per aiutare l’uomo sorridente a ripescare la pelliccia di qualche bella amante dell’arte, l’intero atrio si riempie di una musica celestiale.

OLAFUR ELIASSON

26 Febbraio 2009

vita e opere

151Lo scorso giugno l’artista islandese Olafur Eliasson (molto in auge a New York, con una personale al MoMA e una serie di fontane/cascate da installare nelle acque intorno all’isola) ha presentato l’opera “Spatial Vibration”.
Una corda tesa su un semplice cavalletto di legno con due pick-up alle estremita’, suonato con le dita e stoppato in mezzo, per fare due note diverse, a destra e a sinistra, da una barra di metallo attaccata a un perno. Le note sono amplificate da ingegnosi risonatori di legno scolpito. I due pick-up mandano i loro segnali a due altoparlanti che hanno piccoli specchi montati davanti ai coni. La vibrazione dei due specchi modula un piccolo laser verde che disegna parabole sul muro. Sensori guidano le braccia di una macchina che traccia ghirigori spiraleggianti su grandi dischi di carta messi su un piatto rotante che e’ traslato orizzontalmente mentre gira. I disegni tracciati sul muro dal laser sono uguali alle forme che emergono dalla penna attaccata alle braccia, come quella di un sismografo.

Il suono e’ piuttosto bello e i disegni (che ogni partecipante poteva portare a casa) sono affascinanti, perche’ non e’ facile capire come suonare la corda per ottenere una forma invece di un’altra.